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Caro Guido, è l’ora, non puoi più rimandare;
è ciò che mi son detto quel mattino, con la nebbia che ricopriva la valle
dell’Arno ma che insolitamente lasciava libera l’area del nostro campo, come
ad invitarmi a decollare. Non c’erano segni della campagna sottostante, con
le sue vigne ed uliveti e della cittadina di San Giovanni adagiata sulle
rive dell’antico fiume, soltanto il lontano Appennino forava la fitta
nebbia, dividendo con me il brillante sole del mattino.
Dopo cinque anni, circa 2500 ore di lavoro
ero là, sul mio fantastico mezzo, lucente e affusolato, nel mezzo della
pista, del nostro club di Cavriglia “ Valle al Pero “, con qualche certezza
ed alcuni dubbi, il motore che borbottava sommesso al minimo.
Rullaggio, testata pista, strumenti motore
negli archi verdi, cambio serbatoio sul più pieno, 1800 giri, controllo
magnete ed accensione elettronica, controllo aria calda al carburatore,
comandi liberi e funzionali, cinture allacciate, tettuccio chiuso e
bloccato, check bussola con orientamento pista, cielo campo libero,
autobriefing di sicurezza, vento, quota e senso della virata in caso di
piantata motore. Tutto nella norma, 12°di flaps, pompa elettrica, manetta
tutta avanti, movimento lento ma costante e deciso, decido di non retrarre
il carrello per questo primo volo con il mio ASSO IX WARRIOR.
Mi rendo subito conto che il motore non
prende tutti i giri previsti e penso di abortire il decollo, ma poi, piano,
la velocità di rotazione arriva e continuo il decollo, evidentemente l’elica
non è perfettamente adattata per il mio motore, un Sauer 2700 da 100 Hp.
In salita a 80 miglia, via il flap, trecento
piedi via la pompa elettrica, su fino a 2000 piedi per le prime prove ed
impressioni di volo, mi devo ricordare di limitare la velocità a 90 miglia,
quella consentita con il carrello esteso.
Le prime virate leggere, il mezzo si comporta
bene, devo però continuamente sostenerlo con la cloche, poiché il trim non
riesce a mantenere l’assetto alquanto picchiato, penso che ci vorranno
ancora molte ore di lavoro per fare una buona messa a punto. Riduco e provo
l’estensione dei flaps, 15°, poi 25° e 35°, non ci sono variazioni d’assetto
pronunciate, e soprattutto nessuna tendenza ad imbardare. A parte questi
piccoli inconvenienti, tra l’altro previsti, sono molto contento. In quota,
configurazione per l’atterraggio, riduco a 65 miglia, la velocità
d’avvicinamento e provo una richiamata, il mezzo non sprofonda, anzi
conserva ancora una buona dose d’energia residua, credo che potrei anche
ridurre la velocità del finale, ma non voglio rischiare, ancora non ho
calibrato l’anemometro ed è meglio rimanere sul sicuro.
Tutto preso dal mio mezzo non vorrei più
scendere e mi rendo conto appena in tempo che la nebbia che copriva la
valle, ora spinta da una leggera tramontana, sta invadendo la pista e con
una virata accentuata, anche troppo per il primo volo, mi allineo e mi
presento in un lungo finale. Controlli prima dell’atterraggio, pompa
elettrica, 35° di flaps, 65 miglia, il carrello è già giù e la luce verde lo
conferma, tocco con il carrello principale, io piloto soprattutto bicicli,
forse per questo atterro un po’ troppo cabrato, la velocità scende ed anche
il ruotino anteriore tocca terra, sono fermo in meno di 200 metri.
Al parcheggio, i miei amici di volo e mio
figlio maggiore sono pronti ad accogliermi con urla, applausi e spumante, si
è concluso un ciclo. Un'altra macchina volante ha preso il volo.
Ora la mia memoria fa un salto indietro al
quel freddo mattino di gennaio di cinque anni fa, quando ricevetti il Kit
ligneo e la ferramenta dell’Asso. La curiosità di mio figlio piccolo che mi
chiede “ babbo dov’è l’aereo?" “, la mia risposta, un po’ evasiva, l’anima
dell’aereo è qui, ma bisogna costruirlo da questi pezzi di legno e ferro; “
ma tu lo sai fare babbo? “, a quella domanda, il mio stomaco si riempì di
farfalle, fino a quel momento ero certo che avrei potuto farcela, ma il
dubbio mi assalì con prepotenza. Tutta la mia esperienza di costruttore si
era limitata fino ad allora ad un modellino di Brigantino a palo lungo 50
centimetri, che in verità non avevo mai avuto occasione di terminare.
Incoraggiato da amici, e dalla mia famiglia,
inizio la costruzione, arrivano i primi problemi, tanto tempo per capire ed
assimilare i disegni, i primi errori, tempo perso per correggerli.
Man mano che il tempo passa, gli errori
diminuiscono e comincio a procedere più in fretta, sempre seguendo i
consigli del buon Bepi Vidor, sempre molto disponibile, quando proprio
brancolo nel buio.
Io abito in un piccolo paese, in Toscana,
dove sono nato e tutti mi conoscono, il mio garage, dove ho costruito il mio
mezzo è nella piazza centrale, ed è stato meta di un continuo pellegrinaggio
della gente del paese, ognuno con le proprie idee e consigli, su come
migliorare un progetto già di per sé eccellente.
Mio suocero è venuto dall’Inghilterra per
passare le vacanze di Natale con noi, munito della sua tuta da lavoro,
indossata rigorosamente sopra la camicia bianca e a volte anche la cravatta.
Confesso che questo ha suscitato non poca ilarità nel paese. Era il primo di
mattino a far colazione e scendere giù, devo ammettere che è anche merito
suo se il lavoro è continuato abbastanza spedito in quei momenti.
La costruzione dell’ala, monolongherone, con
centine in listelli di legno, rivestita di compensato di Okumè da 3
millimetri, è stata con certezza la cosa più impegnativa, tanto da mettere a
dura prova, più volte la mia pazienza e la mia volontà di continuare
nell’impresa.
Io sono normalmente un tipo fortunato, e così
nei veri momenti di sconforto è uscito fuori dal nulla un vero amico al
quale devo davvero tanto, si suol dire che alcune persone hanno le mani
d’oro, è non c’è affermazione più appropriata per questa persona che ha
fatto tanto per aiutarmi, solo per passione, ad Attilio, vanno i miei più
sinceri ringraziamenti. Un grande grazie va anche alla mia dolce
mogliettina, per il suo costante andirivieni dalla cucina con tazze di
caffè, biscotti e incoraggiamenti, e soprattutto per essere riuscita a
tenere Stella, il nostro pastore tedesco lontano da tutti quei pezzetti di
legno, una tentazione costante.
A volte lavoravamo fino alle prime ore del
mattino. Una notte, un gruppo di turisti Americani che era sceso alla
stazione del treno sbagliata, ha bussato alla nostra porta, essendo a
quell’ora l’unica luce in paese. Immaginatevi la sorpresa, quando hanno
visto tre persone intente ad installare un motore su di un aeroplano tutto
rosso. Abbiamo parlato a lungo, e poi uno dei miei amici piloti, disabile da
diversi anni a causa di un incidente d’auto li ha accompagnati a casa con la
sua macchina specialmente convertita.
Il grosso del lavoro è finalmente fatto,
adesso sto solo aspettando di terminare i voli officina necessari, per poi
esaudire il più grande desiderio dei miei due figli “imparare a volare.”.
Questa estate, poi dedicherò molto tempo ai
vari raduni in Italia e all’estero, così ci vedremo spesso in giro.
Ed eccomi quasi alla fine di quest’avventura,
guardo il mio laboratorio vuoto, tutti gli attrezzi che quasi
quotidianamente ho usato per tanto tempo, ora sono lì, pieni di polvere,
inutilizzati e sento una sensazione di vuoto, ma pian piano come una piccola
luce, prima fioca, e sempre più luminosa, si fa strada l’idea di costruire
un altro aeroplano, di ricominciare l’avventura, magari un bel
biplano…………………………..
Guido Parronchi
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